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Una scuola per Kanyama – 11 ottobre – Palaolimpic Colleferro

10 ottobre 2008 visto 137 volte Nessun Commento Scritto da fenis

La strada asfaltata che collega Lusaka, capitale dello Zambia, al resto del paese costeggia pezzi di terra abitati da centinaia di persone, invisibili alla maggior parte del mondo. Le macchine corrono veloci destreggiandosi nel caos del traffico africano fatto dei più disparati mezzi di trasporto, dalle carrette cariche di teste di mucche, ai minibus bianchi e celesti colmi di passeggeri messi uno sull’altro, ai fuoristrada presidenziali che circolano senza chiedersi se sia lecito o meno ostentare tanta ricchezza trattenuta in poche mani. A destra e a sinistra si vedono stradine ricoperte di terra rossa e sassi che aprono le porte al delirio dei compound, luoghi della miseria e della disperazione, luoghi senza riconoscimento geografico, luoghi che sopravvivono a loro stessi.


Kanyama è uno di questi non-luoghi, è il più grande alla periferia di Lusaka.
Migliaia di baracche ammassate, migliaia di bambini sorridenti e affamati, migliaia di uomini schiavi dell’alcool, migliaia di donne con in braccio i loro figli. Migliaia di problemi e di difficoltà ignorate dai potenti, migliaia di sopravvissuti al gioco del mondo.
L’aspettativa di vita in quest’angolo di terra non arriva ai trentasei anni, così la parola futuro si scioglie sul suo stesso significato non entrando neanche a far parte del vocabolario.
A Kanyama ho scoperto che gli spaccapietre non sono solo dipinti nei quadri di Coubert ma che esistono ancora, seduti accanto ai loro mucchietti battono con forza nonostante la giovane età, nonostante i loro diritti sarebbero altri. A Kanyama ho scoperto che c’è ancora nel mondo chi si rivolge ai disabili come se avesse a che fare con degli animali, chi li abbandona, chi li rinnega, chi li lascia stesi in terra a marcire tra rifiuti ed escrementi. A Kanyama i miei occhi hanno visto la fame, la sete, l’ingiustizia, la violenza…e il mio stomaco si è chiuso spesso per la rabbia, per l’impotenza, per il dispiacere.
Sembrerebbero scene dell’inferno dantesco eppure Kanyama, nonostante tutti i suoi mali, nasconde il segreto della felicità. Passeggiando per le stradine percorse dai rigoli di acqua putrida delle latrine è impossibile non incontrare i sorrisi, le voci, i giochi dei bambini. Ti chiamano, cercano la tua mano, catturano la tua attenzione, ti offrono il loro affetto senza chiedere nulla in cambio. Sono l’espressione più appassionata della vita, nonostante i vestiti sporchi e logori, nonostante i piedi scalzi, nonostante le bocche sdentate, nonostante le pance gonfie per la fame. Davanti alle scuole arrivano affaticati, dopo ore di cammino, con una contentezza che li rende meravigliosi…se ne stanno in fila, cantano e appuntiscono le matite con la lametta che ripongono nel taschino. Le donne vendono al mercato vestiti di stoffe colorate anche loro con il sorriso sulle labbra nonostante i mariti violenti, nonostante la difficoltà nel guadagnare qualcosa da mettere nel piatto dei loro figli.
Ci sono poi i disabili, più di centomila…la loro disabilità deriva spesso da mancanza di cure alla nascita, da malnutrizione, da febbre gialla o malaria. Davanti a loro sembrano esserci muri insormontabili eppure riuscivano a stupirmi ogni volta per la forza che mettevano nel combattere la quotidiana sfida contro l’ignoranza e la diffidenza.
Kanyama mi ha insegnato molto, mi ha insegnato a ricercare la felicità nel poco, mi ha insegnato a non lamentarmi, mi ha insegnato a condividere.
Un giorno, nel centro, i bambini sono corsi da me con le zappette in mano e il passo saltellante. “Gioggia, gioggia…do you eat rats?” prima che rispondessi avevano tirato fuori dalla tasca due topolini…era il loro pranzo, catturato da pochi minuti. Ne volevano offrire uno a me, volevano levarlo al loro pasto e regalarmelo. Alla vista del topo morto sarei scappata via ma in quel momento la mia testa non faceva altro che pensare alla generosità e all’altruismo di quei musetti neri dalle pance affamate e dal cuore così grande. Li ho stretti in un abbraccio fortissimo… ringraziandoli per la lezione di vita. Kanyama è così è il luogo delle contraddizioni, è un contenitore di storie che rimangono impresse sulla pelle di chi le vive e di chi le ascolta. E’ un sogno per la voglia di sperare di chi ne fa parte.
In questi giorni, è stata posata la prima pietra per una scuola di sei classi e un poliambulatorio per disabili, è il primo passo sulla strada dei diritti. Vorrei che quei ragazzi potessero costruire e scegliere il loro futuro, vorrei che i loro sorrisi potessero trasformarsi in sogni realizzati, vorrei che non dovessero mai sentirsi un passo indietro rispetto al resto del mondo.
Tutto questo è ancora possibile…dipende soltanto da noi.
Sabato sera possiamo far sentire la nostra voce, possiamo puntare lo sguardo laddove in molti lo distolgono, possiamo e dobbiamo esserci.

Giorgia

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Una nuova serata di unione tra nord e sud del mondo tra ritmi di giovani cantautori italiani e sapori e colori africani.
Proprio in questi giorni viene posata, a Kanyama, la prima pietra per la costruzione di una nuova scuola e di un poliambulatorio per disabili…è un passo importante nella direzione dei diritti e non possiamo non far sentire la nostra voce.
La serata inizia alle 8.30 per chi volesse assaporare qualche specialità africana e proseguirà a suon di musica grazie alla partecipazione di due gruppi dal sound molto accattivante. La sorpresa sarà un’inaspettata passeggiata nel compound così da farvi conoscere i volti, i nomi, i sorrisi di alcuni dei bambini che in quella scuola ritroveranno forse la convinzione per sognare un futuro migliore.

A prestissimo….

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