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L’Abisso Culturale Che Inghiottirà Il Futuro

Come svaligiare il caveau pubblico italiano e seppellire corpi ancora in vita

 

Ciò che sembra inevitabile ormai, è la totale omologazione del sistema culturale italiano, in cui le politiche nazionali continuano a sventolare il vessillo del Mibact (Ministero per i beni e le attività culturali e del turismo) come la ricetta vincente per uscire dalla crisi economica, tralasciando però un piccolo particolare che poi tanto piccolo non è. Il Mibact è inconsistente.

Il grande apparato c’è e si vede ma risulta privo di sostanza, di argomentazioni, soluzioni e soprattutto di una guida, troppo timorosa nello sbattere i pugni su di un tavolo. Il Capitano del sistema culturale italiano si chiama Massimo Bray, Dalemiano e impegnato a ricoprire cariche dirigenziali su più fronti. Vanta una laurea in lettere e nessuna esperienza museale, archeologica e storico-artistica ma è stato chiamato a rappresentare la cultura italiana agli occhi del mondo.

Non voglio e non mi interessa entrare nel merito curriculare di mister Bray ma credo fortemente che il tempo delle giustificazioni e delle pressioni lobbistiche, tra cui S.I.A.E., siano giunte ad un punto di cessazione, se non altro per il rapporto del do ut des che sino ad oggi si è mostrato unilaterale e dannoso per l’intero apparato, chiamato ad una concreta risoluzione dei conflitti interni e non a dare risposte ai singoli poteri.

Cito la Società italiana autori ed editori perché a parer mio, nell’attuale situazione sta cercando di insediarsi in modo mefitico nel sistema delle contrattazioni nazionali con lo scopo ultimo di arrogarsi maggiori diritti in campo ministeriale, tentando un allunaggio per poi piantare la bandiera dietro la quale nascondersi. Il motivo lo si può riscontrare facendo la conta del giro d’affari del settore culturale in Italia e basta poco per rendersi conto che i 700 milioni di euro (incasso S.I.A.E. anno 2007) sono andati sempre più a diminuire nel proseguo degli anni, arrivando ad oggi a poco meno di 600 milioni di euro annui. Quello che però colpisce è il grado di illegalità in cui da anni opera la società (denuncia espressa più volte dai commissari) attraverso la falsificazione dei bilanci e tramite sovvenzioni di soldi pubblici (destinati ad altro) che i dirigenti hanno preteso pur comportandosi come una società privata. Palesemente è stato perpetrato un cospicuo danno erariale, attraverso la chiara trattenuta di denaro nelle proprie casse, senza alcun controllo dei tre organi di vigilanza, tra cui indirettamente il Mibact. Ora il caro ministro borbotta ma lascia intravedere i margini per l’avvio di un tavolo di contrattazione e ancora una volta a danno dell’intero sistema. Le diverse denuncie degli stessi commissari, delle associazioni dei consumatori e degli iscritti sembrano non nuocere ai colpevoli e tanto meno vengono impugnate dalla magistratura.

Tuttavia questo non è l’unico tentativo di fare le scarpe all’apparato culturale italiano, divenuto lo zio paperone dei miracoli e allo stesso tempo la più pura delle acque con cui sciacquarsi la bocca in tempo di crisi.

Il settore dei beni culturali in Italia ha dimensioni decisamente rilevanti e attira risorse economiche significative, con un peso del 5,8% sul PIL nazionale, generando un giro di affari  di 80 miliardi di euro. Alla luce di questi dati si intuisce facilmente il ruolo preponderante che la cultura riveste non solo a livello sociale ma anche a livello economico.

Nonostante tale rapporto spinga verso una direzione ottimistica, la realtà in Italia è completamente differente, se non altro per i risvolti a cui stiamo assistendo. Con sempre maggior frenesia vengono imposti tagli a questo settore che paradossalmente potrebbe auto alimentarsi e nutrire per così dire, l’intera macchina statale, ma si ritrova penalizzato e messo letteralmente alla porta da un sistema indecifrabile e fuori controllo, inconsistente.

A pagare maggiormente lo scempio strutturale in atto, giusto per puntualizzare, non è Pompei, ne il Colosseo e tanto meno i musei. Queste realtà sono state si penalizzate ma non distrutte; ci si potrebbe aprire un intero dibattito a riguardo ma lo shock culturale parte da più in basso. La riscossione del deficit pubblico ha coinvolto il massimo valore morale, l’istruzione.

Va da se che la formazione dell’individuo e la conoscenza acquisita alimenti la macchina generatrice di futuro e consistenza  e per questo locomotiva di un’intera società.

Le ultime norme legislative invece, rogate dal ministero della Pubblica Istruzione, oltre a ribadire una serie di tagli sistematici di stampo economico, si sono espresse tout court in maniera diretta e viscerale verso l’insegnamento vero e proprio. L’accorpamento di materie ritenute non fondamentali, la revisione dei programmi scolastici e il drastico ridimensionamento delle attività extrascolastiche hanno dirottato le istituzioni primarie della conoscenza e della crescita verso caratteri di immobilismo a dir poco adiranti.

Ciò che stupisce è il divario sempre più accentuato tra scuola e beni culturali, dove in un momento di massima crisi istituzionale i dibattiti scientifici tendono ad isolare i due elementi, nonostante siano inscindibili e complementari. Questa tendenza, salvo inversioni, si protrarrà negli anni a venire, come mostrato dalle ultime rilevazioni I.STAT, in cui ad esempio si può notare come siano diminuite le visite delle scolaresche (ma in generale degli italiani) nei musei dell’intera penisola[1]. Non si può però ricondurre il tutto al solo fattore economico, che come non mai sta pesando sulla vita dei cittadini, ma bisogna prendere in considerazione la risposta della popolazione che trovandosi senza alcuna proposta di offerta, si rintana in una forma di attendismo, comoda alle istituzioni ma degradante per l’intero sistema sociale che giorno dopo giorno si ritrova privato del pieno diritto di formazione e informazione.

Il capolavoro della riforma Gelmini ha innescato una serie di rotture all’interno del sistema che ahimè sta provocando un deleterio impoverimento dell’elasticità creativa e cognitiva di migliaia di studenti. Una volta bandita la storia autoctona e la più estesa storia dell’arte agli alunni non resterà altro che un atteggiamento alieno con il quale chiedersi chi sono (?) e da dove vengo (?). Figuriamoci se poi i beneficiari di cotanta genialità riformatrice fossero alunni artenesi: giusto il tempo di finire la scuola per poi emigrare in ben più futuristiche realtà metropolitane.

Purtroppo tale scenario si sta già innescando e le ultime rilevazioni mostrano un dato sconcertante, praticamente ignoto. Di circa 8.100 comuni italiani, ben 6.000 esprimono meno di 5.000 abitanti e si avviano ad una progressiva estinzione, trascinando con se palazzi storici, chiese, monasteri e musei. Ma non finisce qui perché bisogna frazionare nei 6.000 comuni succitati, i 3.000 che vengono definiti fantasma per via dello spopolamento di massa innescatosi nell’ultimo decennio. Il fenomeno ovviamente, se pur in maniera rallentata, sta interessando anche il territorio a noi più vicino che tuttavia può ancora vantare una tenace  tradizione a dispetto di altre situazioni.

La regione Lazio ogni anno registra tra i 7 e i 10 milioni di visitatori messi in relazione a musei, monumenti e aree archeologiche per un introito di circa 40 miliardi di euro, mostrandosi come la testa di serie culturale all’interno del più ampio panorama italiano[2]. Questi dati oltre a ribadire l’importanza economico-culturale del settore stesso, ci illustrano il potenziale che questa wunderkammer può pianamente offrire a qualsiasi tipo di utente. Il nostro territorio è disseminato di istituzioni museali, biblioteche, diocesi attive culturalmente e di amministrazioni comunali più o meno inclini alla collaborazione. Apparentemente si ha l’impressione di trovarsi dinanzi un enorme crogiuolo di elementi distaccati e privi di coordinamento ma la realtà è un pochino diversa.

La professionalizzazione di alcuni settori ha portato con gli anni ad una più accurata e ordinata  gestione del sistema culturale e in molti casi vi è possibile constatare una piena funzionalità. Resta di difficile interpretazione invece il grado di trasversalità e interconnessione tra le varie realtà culturali, soprattutto per la provincia di Roma, dove ancora primeggia un forte senso di autonomia e chiusura verso l’esterno.

Le premesse per una primaria e facile interdipendenza sono percorribili a patto che alla base ci sia un serio e costruttivo dialogo, volto all’unificazione degli sforzi (ovviamente sostenibili) e al raggiungimento dell’obbiettivo finale tramutato in conoscenza aggiuntiva e legittima per l’alunno ed ogni giovanissimo utente. Ciò che sta succedendo altrove deve agire da monito e da limite invalicabile, onde evitare di incappare nel fatidico abisso.

Agire a livello locale significa far conoscere il proprio territorio, le proprie tradizioni e ciò che di più utile può essere stimolante per la formazione di un giovane individuo, in grado senza alcun dubbio, di recepire ed assimilare nel migliore dei modi le poche ma ben strutturate e adeguate nozioni sulle proprie radici, rendendo inoltre tangibili con mani e piedi tutti quei luoghi che non hanno fatto altro che forgiare la nostra tradizione storica sino ad oggi.

Il tentativo di svariare nelle argomentazioni può soltanto essere giustificato dall’ampiezza delle problematiche che ovviamente non si riducono soltanto a quelle citate ma hanno l’intento di analizzare brevemente la crisi, soprattutto morale, che sta intaccando trasversalmente l’intero sistema culturale italiano, dai tavoli del ministero a quelli della scuola, senza tralasciare quelli di casa che con il tempo si stanno spogliando persino delle sedie. Una metafora tanto fastidiosa quanto reale a cui nessuno, con i poteri conferitegli dallo Stato, riesce a porvi rimedio.



[1] http://dati.istat.it/musei– mostre-archivi-biblioteche.

[2] Sistan, sistema statistico nazionale, rilevazioni anno 2012.

  • Benny

    io non pretendo che l’arte venga difesa per passione, ma almeno i nostri cari Politici dovrebbero tener conto che è una fonte di guadagno non indifferente. TURISMO=DINERO

  • Cherno

    Potrebbe essere la prima forma di guadagno nel Lazio, aggiungendo anche l’enogastronomia ma fin quando verrà preferito il guadagno dei pochi a discapito della collettività ci sarà sempre troppo poco da fare. Se poi pensi che i politici sono spesso i primi azionisti in campo turistico dal mare agli appennini, il controllo sarà sempre conseguenziale alla loro volontà, quindi nullo. Oramai il flusso di denaro, sia esso pubblico o privato, finisce sempre per prendere la medesima direzione a vantaggio di enti o fondazioni. Le associazioni culturali nel Lazio sono diminuite del 40% negli ultimi 3 anni e già questo fa capire la tendenza. L’unica cosa che appare chiara è che la scuola, i musei, i laboratori e la cultura in generale stanno morendo piano piano e per accorgertene basta andare una qualsiasi domenica nel finto percorso pedonale di via dei Fori Imperiali…vedrai soltanto macchine, musei e Fori chiusi e un casino di gente incazzata!

  • Cherno

    Potrebbe essere la prima forma di guadagno nel Lazio, aggiungendo anche l’enogastronomia ma fin quando verrà preferito il guadagno dei pochi a discapito della collettività ci sarà sempre troppo poco da fare. Se poi pensi che i politici sono spesso i primi azionisti in campo turistico dal mare agli appennini, il controllo sarà sempre conseguenziale alla loro volontà, quindi nullo. Oramai il flusso di denaro, sia esso pubblico o privato, finisce sempre per prendere la medesima direzione a vantaggio di enti o fondazioni. Le associazioni culturali nel Lazio sono diminuite del 40% negli ultimi 3 anni e già questo fa capire la tendenza. L’unica cosa che appare chiara è che la scuola, i musei, i laboratori e la cultura in generale stanno morendo piano piano e per accorgertene basta andare una qualsiasi domenica nel finto percorso pedonale di via dei Fori Imperiali…vedrai soltanto macchine, musei e Fori chiusi e un casino di gente incazzata!